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Apocalisse del novantesimo minuto

  Bagliori colorati, freschi di sangue, prismi gialli e rossi, della fine del mondo, vetri colorati di gas e nirvana materializzati nel pozzo delle anime, sicuro rifugio di quelli rimasti ignari mentre scendeva una pioggia di larve fosforescenti ed era giornata di partite di coppa. Continuo a vedere quei bagliori, ma nuvole d'indifferenza soffocano le parole sagge che teniamo in serbo quando siamo svegli. Tic toc, siamo arrivati alla fine, i cavalieri dell'Apocalisse abbeverano i cavalli sotto il sole dell'inedia. Ecco il tripudio di clown  incuranti delle ceneri degli eroi. Siamo al galà della grande finzione, dove si leggono fondi di caffè e si levano urla da stadio. Tic toc, è arrivato il lamento dei risvegliati, ma è troppo tardi. Le partite di coppa stanno iniziando e non c'è niente di male.
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"L'Odissea" di Christopher Nolan

 

Restiamo disumani

  Restiamo disumani, mi verrebbe da dire. L’umanità sanguina ferite imprudenti, commette torti contro l’onore e la mitezza, contro la sincerità, la pietà per gli orfani e le vedove. Restare umani è la marcia trionfale di carriere su cadaveri composti, scarpe lucide e scintille d’alcol che simulano la vita. Restare disumani — o diventarlo — è andare oltre l’umano: xenotrapianti con cuori di tigre, agnelli lamentosi e cervelli di donne perdute, sempre prone all’amore, ma mai umane.

Genuinità

 Genuinità, sentimenti e foto sgranate di ectoplasmi di essere mondo, mi dichiaro sentimentale, buono e disinteressato quanto è vero il volto santo di Maria. Certo che lo sei, non sei come quell'altro che finge commozione e poi da la rampogna ai demoni del deserto per averlo consigliato male. O quell'altro, psicopatico dal cuore infermo per lobi mancanti e disgrazie sepolte  nel vuoto dove è perso l'uscio di casa.  Genuinità, la voglia di odori di incenso e veglie funebri di occhi vitrei  e indumenti lisciati con pennellate di catrame. La voglia persino di scoprirsi umano per poi accorgersi che non c'è niente di più umano che essere poco genuini

Echi del mondo di sotto

   

Il razzismo

Il razzismo in me, lo vedo, è una chiazza nera su un quadro di Pollock. Il razzismo degli altri, malato e adulato, è un fiume di rabbia che ottunde i sapori, fra ubbie e liquami osservati con compiacenza. Il razzismo della massa: litanie sul limitare del viale dei platani e invocazioni al dio del vento e della tempesta, che si porti via i volti scuri e stremati di donne e uomini, volti rosi dalla salsedine. Il razzismo dell'occhio del serpente che la ragione vorrebbe dominare, ma che si affida alle promesse di stregoni oltre i confini dell'ovest, che sfidano ossimori vuoti e vertigini di sognatori pentiti. Il razzismo.

Non guardare

Non guardare oltre, Non guardare il cielo terso, Insenatura dell'anima  e rifugio dei ribelli dell'est.  Non guardare l'orizzonte del nostro scontento, con le sue  rive di onde gracili e insegnanti ciechi. Non guardare gli occhi grigi della tua donna,  È l'assoluto che ti manca  e non l'afferrerai mai col pensiero. Guarda ragazzi scalzi che giocano a calcio E prega che il tramonto non sia colorato da nubi tossiche