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È successo

È successo, ai monumenti assopiti sotto la coltre di cenere, nelle case con mille orecchie  tese all'ascolto delle cronache della rivolta, nel brulicare quotidiano di corpi e simboli, nei supermercati vuoti di cibo e speranza, nei negozi dalle vetrine infrante, nei luoghi sacri del raccoglimento e della preghiera. È successo. Bastian.
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La guerra di Cuncetta scena finale

Cuncé, ​non mi rispondi. ​Giaci sul letto di canne, immobile. ​Non respiri, i tuoi occhi fissano ​un soffitto di paglia. ​Addio, Cuncé, ​la tempesta, alla fine, è arrivata. ​Queste vecchie ossa sono sopravvissute, ​ma ancora per poco: ​la pioggia di cenere mi prenderà presto, ​come ha preso i tuoi figli, ​che vagano nudi e pazzi ​tra le ombre e i calcinacci. ​Guarda, Cuncé, come siamo ridotti: ​oscurità e niente pane, ​neanche più il grasso per la lampada. ​Una volta era olio di balena... ​Chissà se esistono ancora, le balene. ​Il futuro è un deserto di ombre dove camminano pazzi e sciancati.  Non eravamo pronti. ​Pregavamo, ma alla fine tutto muore, ​persino Pullecenella, ​pure lui perso nella cenere.

La guerra di Cuncetta Cap I

 Cuncè i figli tornano a casa vogliono calore, là dove stavano nelle città  fredde a nord non ci sono più ospedali scuole, amici che ridono, solo vetrine vuote. Prepariamo il pane cotto e il vino per schiarirsi la gola dalla cenere. Stiamo insieme, la tempesta arriva, cancella tutto, porta via le maschere della tradizione, le statuette per i turisti del Natale. Porta via anche il Natale 

La guerra di Cuncetta Cap. II

Cuncè, il cielo si è rabbuiato, porta disgrazie. Siamo tutti agitati. Non riesco più nemmeno a suonare la chitarra: le mani seguono il ritmo del vento e non della testa. Vedo fuochi in lontananza, tra la brina rossa e il sole pallido;  i gatti sono spiritati, corrono e si strusciano per terra come morsi dalla tarantola. Aspettiamo il tempo delle castagne, sperando che gli alberi e la speranza non muoiano coperti dalla cenere.

Caos

— Sai leggere, Arkano? — Sì, leggo l’antico. L’ho imparato scavando in posti dove le parole sono carta. — Cosa sono queste furie di colore? — Si chiamano quadri. — Chi li ha fatti? — Il primo l’ha fatto uno che si chiamava Rembrandt, l’altro un tale di nome Twombly. Rembrandt era magia: creava uomini piatti che sembrano vivere anche se sono immobili. Twombly, invece, portava le insegne del caos, come ora i predoni del nord. Questo spiega come siamo arrivati alle piogge di cenere e ai fantasmi a tre braccia. Il bello è stato sconfitto dal caos.

Del bello di Arkano

Che fai, Arkano? Danzo con le note della melodia di Dolly Parton, dea dell’immortalità e del suono della gelosia nei tempi malati, prima del freddo della cenere e del canto rasposo dei corvi. Dea? Immortalità? Sì, lei ha reso immortale la musica, ma non ha potuto fare niente per se stessa. Che posto è questo? Lo chiamavano supermercato, dove trovavi cibo in cambio di schiavitù. Cosa facciamo qui? Cerchiamo sapienza nelle vetrine dei barbieri e nelle gigantesche statue di mostri preistorici che divertivano i bambini di un tempo. Perché scavare nei ricordi di una civiltà di rancori? Per il bello. Forse il bello è stato l’origine del rancore.

Il nuovo linguaggio ha rotto

Il nuovo linguaggio non esiste sotto le cattedrali sfarinate dal vento, nei sapori algidi dell’apocalisse, nei treni persi per la manifestazione contro le Leggi del Caos. Esiste negli spazi transennati di transfemministe, creste di tolla, figure lancinanti e abusive. Le amo, mi fanno paura. Si va allo slam di poesia? Si preannuncia una nuova primavera in versi catodici. Ci attende l’eleganza della Mole e il suo giudizio severo. Almeno siamo salvi dall’apericena e dalla tristezza dei clown del circo