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Le va di parlarmi di Torino?

​Le va di parlarmi di Torino? Veramente no. ​Eppure potrebbe essere il luogo dove si incontrano storie di vecchie e nuove migrazioni, scie di venti alieni, echi del sud— odori di cumino e di capunet, orecchiette e cime di rapa, desiderio di mare… e bagliori dell'Apocalisse. ​A Torino ci vengo distratto e mi ricorda solo il cavallo di Nietzsche, la guerra di Crimea, l'Unità d'Italia: immagini senza corpi. ​D'accordo, ma cerchiamo almeno di salvare gli scoiattoli del parco: hanno paura di chi cammina solo nel buio e io cammino piano per non farli scappare. Se riesci ad andargli vicino, sembra che sorridano ai viandanti come maschere senza tempo. ​Quindi non le va di parlarmi di Torino? No, non mi va.
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"Un eroe del nostro tempo", di Michail Jur'evic Lermontov

 

Il vecchio e il maremoto

Alle volte mi chiedo come si possa ridere e morire. Guardare le onde del mare immortali e sottrarle alla noia, fra clacson impazziti e ubriachi del sabato sera. Stiamo distesi a sognare nebbie alcoliche e l'eroe che salva innocenti con armi scadenti, inceppate al primo sparo. Che noia la voglia d'immortalità e la fretta che svende l'onore. Vecchi, ci avviamo all'osteria di quelli rimasti soli. Fuori è tempesta e il mare non aspetta più: ti viene incontro. Vorremmo ancora inciampare nel sorriso e sperare in un finale romantico, non nel sesso — che costa fatica e mette a nudo la resa della carne. La porta si chiude. Passasse ancora il lattaio, come una volta, mi sentirei meno solo. ​ ​

Il senso della vita

Immagina te seduto, convesso, con occhi che scrutano il desiderio. Hai davanti una donna dell'oltremondo. Capelli corvini, occhi stille di petrolio, viso d'alabastro, sale e cuore mediterranei. Seni rigonfi di adulazione. Una dea assopita che ammicca. "Scusa, devo andare, ho da fare." "Certo, ci vediamo," triste muggito. Torni, incauto: hai dimenticato qualcosa. Lei è svanita in cucina. Approfitti del bagno. Il tanfo ti assale. Nel water, due orridi galleggiano tra le fibre. Sacchi di letame che sorridono alla vita, inseguiti da sguardi di lussuria ignari del tanfo riposto.

La consuetudine del dolore

La morte è uno scatto di luce interrotta. Sì, come quando va via la luce e non torna più. Pone fine alle imprecazioni, alla dolcezza del rimpianto, alle luci del viale dove volano le rondini e qualcuno ti saluta da lontano. All’amore, ai torti, all’eros. – Uffa, lo so bene. E alla voce del fratello, dell’amico, che si perde in un orizzonte senza risposta. Sissignora: una voce che forse non ascoltavi da vivo e che hai rimpianto mentre inarcavi il corpo offeso in un giaciglio di morte. Il ricordo di danze maldestre fra bevute, odori di femmina e ritorni di pianto. – Il solito repertorio. Cari amici, è tutto vero, soprattutto le danze maldestre che rincorrevano quegli odori e scambiavano sussurri distratti per promesse d’amore. La morte pone fine all’ambizione di processioni sul tappeto rosso e di storie trafugate dallo scrigno di donne belle, maledette, insolventi. – Ci siamo: il narcisismo, quello dell’esteta. Ma che c’è di male? Forse dovrei cibarmi di etic...

Io sono Bastian 3

Io sono Bastian e detesto le femministe. – Hai forse un conto aperto con la stanza buia dentro di te, dove si muove qualcosa che non nomini? Quelle che non sanno ridere dei versi in rima dei goliardi tamarri. – Qui ti do ragione: il sesso va bene se illanguidisce in una seduta di autocoscienza; è un'offesa se chiama per nome la materia dei sogni proibiti. Quelle a cui mostri la fila dei senza nome e guardano invece una parola: un pronome, una desinenza sulla lapide dei poveri cornuti. – Capisco. Si vorrebbe pagare le bollette, trovare un buon lavoro, non subire torti… e fanculo a tutti e tutte. Quelle che chiamano la galanteria il patriarcato occulto dei benestanti. – In effetti, lo scatto di una collana sul collo vellutato dell'amata non è ancora un guinzaglio. Detesto le femministe almeno quanto amo le donne.