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Sorcio rosso non avrai il mio scalpo

Vedi, compagno, le macchie nere che devastano il bistrot? E i negozi di scarpe, di vestiti, di hightech, la roba di marca che solletica il povero come un sorcio malato d’azzardo. Anche le librerie, purtroppo. Perché sorcio? Amo i sorci. Anch’io, alle volte. Vorremmo che scegliessero altri obiettivi, ma è il desiderio di reduci rancorosi. Loro, i ragazzi, hanno la mente di spugna imbevuta di codici binari. Vedi come la magia della rivolta sprigiona di riflesso da una maglia firmata? Il consumismo diventa la legge del taglione? E il comunismo? Bottega chiusa per restauro, vetrina salva al momento.
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Dei

  Nella certezza che polvere siamo e polvere resteremo, prego Dio con i compagni d'arme, anche se il vento non se ne accorgerà neppure. Pregare rende l'attesa dell'Apocalisse più confortevole. Ci vorrebbero i fulmini di Giove, il tridente  di Poseidone, le Erinni alle calcagna dei colpevoli, ma questi sono dèi in disuso.

Allora sei un poeta?

— Vorresti essere un poeta? — Non so. Il poeta non dice, mostra. Io, invece, parlo. Forse troppo. Il poeta libera il silenzio, sprigiona il non detto e lo tramuta in arabeschi. A volte credo che la poesia parli soltanto a se stessa. Io, invece, dico del mondo. Delle schiene ricurve lungo il viale, delle colpe di un Dio che non cura la peste, e di quelle degli uomini che guardano i tramonti arsi dalle bombe. — Allora non sei un poeta. — Forse no. Ma ho ancora troppe cose da dire.

Le va di parlarmi di Torino?

Le va di parlarmi di Torino? Veramente no. Eppure potrebbe essere il luogo dove si incontrano storie di vecchie e nuove migrazioni, scie di venti alieni, echi del sud— odori di cumino e di capunet, orecchiette e cime di rapa, desiderio di mare… e bagliori dell'Apocalisse. A Torino ci vengo distratto e mi ricorda solo il cavallo di Nietzsche, la guerra di Crimea, l'Unità d'Italia: immagini senza corpi. D'accordo, ma cerchiamo almeno di salvare gli scoiattoli del parco: hanno paura di chi cammina solo nel buio. Se riesci ad andargli vicino, sembra che sorridano ai viandanti come maschere senza tempo. Quindi non le va di parlarmi di Torino? No, non mi va.

"Un eroe del nostro tempo", di Michail Jur'evic Lermontov

 

Il vecchio e il maremoto

Alle volte mi chiedo come si possa ridere e morire. Guardare le onde del mare immortali e sottrarle alla noia, fra clacson impazziti e ubriachi del sabato sera. Stiamo distesi a sognare nebbie alcoliche e l'eroe che salva innocenti con armi scadenti, inceppate al primo sparo. Che noia la voglia d'immortalità e la fretta che svende l'onore. Vecchi, ci avviamo all'osteria di quelli rimasti soli. Fuori è tempesta e il mare non aspetta più: ti viene incontro. Vorremmo ancora inciampare nel sorriso e sperare in un finale romantico, non nel sesso — che costa fatica e mette a nudo la resa della carne. La porta si chiude. Passasse ancora il lattaio, come una volta, mi sentirei meno solo. ​ ​

Il senso della vita

Immagina te seduto, convesso, con occhi che scrutano il desiderio. Hai davanti una donna dell'oltremondo. Capelli corvini, occhi stille di petrolio, viso d'alabastro, sale e cuore mediterranei. Seni rigonfi di adulazione. Una dea assopita che ammicca. "Scusa, devo andare, ho da fare." "Certo, ci vediamo," triste muggito. Torni, incauto: hai dimenticato qualcosa. Lei è svanita in cucina. Approfitti del bagno. Il tanfo ti assale. Nel water, due orridi galleggiano tra le fibre. Sacchi di letame che sorridono alla vita, inseguiti da sguardi di lussuria ignari del tanfo riposto.