Passa ai contenuti principali

Post

Il bambino con la pagella

Solo, sporco, affamato, lo zaino in spalla preso a morsi dalla luce rovente. La mia pagella è lì dentro. «Portala sempre con te», mi dicevano, «dove andiamo servirà, parla di te. Se un giorno il mondo tornasse come prima, allora tutti capiranno». Parla di me, ma anche dei miei genitori arsi dai raggi, dei compagni di scuola, dei maestri e delle maestre. Sento ancora il soffio caldo di mia madre sul collo e mio padre che piange. Non vedo scuola qui intorno, solo alberi anneriti con le foglie grigio metallizzato, come la macchina di mio padre. Ormai questo foglio di numeri e parole di lode non appartiene più a nessuna scuola, appartiene solo a me. Morirò presto anch’io, come i miei genitori. Vedo già un velo nero che mi soffoca e non vedo bambini con cui giocare. Ma la mia pagella giacerà con me nel fogliame per sempre e parlerà di me e di chi ho amato.  
Post recenti

L'allevatore di cavalli

I miei cavalli sono morti, tutti. Sono macchie scure che giacciono su un manto grigio di spore e licheni. Giacciono con la zampa anteriore rivolta in avanti, come a benedire un mondo dannato, e a congedarsi dagli umani. Attraverso il prato e li saluto uno a uno. Cammino verso il villaggio dei sopravvissuti, sotto il vento di scorie, per pregare gli antenati. «Aquila Saggia alleva cavalli: crede che il loro spirito sopravviverà alle albe nere e al fuoco che rende sterili le donne e spegne la memoria dei saggi. Lui comprerebbe ancora le pietruzze colorate dell’uomo bianco». Sì, padre, nel tuo casinò si puntano fiches sui numeri dell’Apocalisse e si disonorano gli antenati. Le tue parole insegnano a uccidere chi è già morto. I bagliori di luce azzurra che circondano le nostre anime ora li vedono solo gli spiriti dei cavalli morti, che divorano un fieno celeste capace di procurare visioni del futuro di quelli rimasti vivi

Frate fentanyl

Buon frate...  Ti si secchila la favella  Dio è morto, e rimane solo una patina gialla d'oppio e fentanyl sulle albe e sui tramonti. Allontana da me quel tramonto, tienimi al riparo dai raggi mortali, o non basteranno le scorte di curanima a cancellare il verde del morire del sole e il sapore amaro della cenere. Buon frate... Il tuo frate è morto, ha tatuaggi nell'anima di diavoli e donne alate. Se Dio non c'è, ci curiamo degli abissi. Se Dio non c'è, rimane solo l'inferno di pianti e mostri dagli occhi spenti 

È successo

È successo, ai monumenti assopiti sotto la coltre di cenere, nelle case con mille orecchie  tese all'ascolto delle cronache della rivolta, nel brulicare quotidiano di corpi e simboli, nei supermercati vuoti di cibo e speranza, nei negozi dalle vetrine infrante, nei luoghi sacri del raccoglimento e della preghiera. È successo. Bastian.

La guerra di Cuncetta scena finale

Cuncé, ​non mi rispondi. ​Giaci sul letto di canne, immobile. ​Non respiri, i tuoi occhi fissano ​un soffitto di paglia. ​Addio, Cuncé, ​la tempesta, alla fine, è arrivata. ​Queste vecchie ossa sono sopravvissute, ​ma ancora per poco: ​la pioggia di cenere mi prenderà presto, ​come ha preso i tuoi figli, ​che vagano nudi e pazzi ​tra le ombre e i calcinacci. ​Guarda, Cuncé, come siamo ridotti: ​oscurità e niente pane, ​neanche più il grasso per la lampada. ​Una volta era olio di balena... ​Chissà se esistono ancora, le balene. ​Il futuro è un deserto di ombre dove camminano pazzi e sciancati.  Non eravamo pronti. ​Pregavamo, ma alla fine tutto muore, ​persino Pullecenella, ​pure lui perso nella cenere.

La guerra di Cuncetta Cap I

 Cuncè i figli tornano a casa vogliono calore, là dove stavano nelle città  fredde a nord non ci sono più ospedali scuole, amici che ridono, solo vetrine vuote. Prepariamo il pane cotto e il vino per schiarirsi la gola dalla cenere. Stiamo insieme, la tempesta arriva, cancella tutto, porta via le maschere della tradizione, le statuette per i turisti del Natale. Porta via anche il Natale 

La guerra di Cuncetta Cap. II

Cuncè, il cielo si è rabbuiato, porta disgrazie. Siamo tutti agitati. Non riesco più nemmeno a suonare la chitarra: le mani seguono il ritmo del vento e non della testa. Vedo fuochi in lontananza, tra la brina rossa e il sole pallido;  i gatti sono spiritati, corrono e si strusciano per terra come morsi dalla tarantola. Aspettiamo il tempo delle castagne, sperando che gli alberi e la speranza non muoiano coperti dalla cenere.