— Vorresti essere un poeta? — Non so. Il poeta non dice, mostra. Io, invece, parlo. Forse troppo. Il poeta libera il silenzio, sprigiona il non detto e lo tramuta in arabeschi. A volte credo che la poesia parli soltanto a se stessa. Io, invece, dico del mondo. Delle schiene ricurve lungo il viale, delle colpe di un Dio che non cura la peste, e di quelle degli uomini che guardano i tramonti arsi dalle bombe. — Allora non sei un poeta. — Forse no. Ma ho ancora troppe cose da dire.
Le va di parlarmi di Torino? Veramente no. Eppure potrebbe essere il luogo dove si incontrano storie di vecchie e nuove migrazioni, scie di venti alieni, echi del sud— odori di cumino e di capunet, orecchiette e cime di rapa, desiderio di mare… e bagliori dell'Apocalisse. A Torino ci vengo distratto e mi ricorda solo il cavallo di Nietzsche, la guerra di Crimea, l'Unità d'Italia: immagini senza corpi. D'accordo, ma cerchiamo almeno di salvare gli scoiattoli del parco: hanno paura di chi cammina solo nel buio. Se riesci ad andargli vicino, sembra che sorridano ai viandanti come maschere senza tempo. Quindi non le va di parlarmi di Torino? No, non mi va.