Alle volte mi chiedo come si possa ridere e morire. Guardare le onde del mare immortali e salvarle dalla noia, tra frastuoni di clacson e ubriachi del sabato sera. Stiamo distesi a sognare nebbie alcoliche e l'eroe che salva innocenti, usando armi scadenti che si inceppano al primo sparo. Che noia la voglia di immortalità, e la fretta che toglie l'onore. Vecchi, ci avviamo all'osteria di quelli rimasti soli. Fuori è tempesta e il mare non aspetta più: ti viene incontro. Vorremmo ancora inciampare nel sorriso e sperare in un fine serata di romanticismo, non di sesso — quello costa fatica e scopre carne flaccida e pelle cadente. La porta si chiude. Passasse ancora il lattaio, come una volta, mi sentirei meno solo.
Immagina te seduto, convesso, con occhi che scrutano il desiderio. Hai davanti una donna dell'oltremondo. Capelli corvini, occhi stille di petrolio, viso d'alabastro, sale e cuore mediterranei. Seni rigonfi di adulazione. Una dea assopita che ammicca. "Scusa, devo andare, ho da fare." "Certo, ci vediamo," triste muggito. Torni, incauto: hai dimenticato qualcosa. Lei è svanita in cucina. Approfitti del bagno. Il tanfo ti assale. Nel water, due orridi galleggiano tra le fibre. Sacchi di letame che sorridono alla vita, inseguiti da sguardi di lussuria ignari del tanfo riposto.