Passa ai contenuti principali

Post

Il nuovo linguaggio ha rotto

Il nuovo linguaggio non esiste sotto le pietre del terremoto, nei sapori algidi dell’apocalisse, nei treni persi per la manifestazione contro il Santo Graal. Esiste negli spazi coperti di transfemministe, creste di tolla, figure lancinanti e abusive. Le amo, mi fanno paura. Che si fa stasera? Si va allo slam di poesia?  Andiamo a comprare il biglietto per la nuova primavera in versi catodici. Ci attendono la sporcizia dei fossi e l’eleganza della mole. Siamo salvi dal rancore del bollo auto e dai cinema porno di periferia 
Post recenti

Scavi del nulla

Guarda, Arkano,  Per il bello,  oggetti maldestri,  sepolti,  terriccio inconsolabile. Che cerchi, Arkano? Brandelli di sapienza vaporizzati dal nulla... Troverai figurine mozze e nient'altro, ciclopi di argilla con occhi a led,  fossili rugginosi del tempo malato. Non c'è più niente nel fossato degli irredimibili — c'è oscurità violata. Eppure crescono viole,  ordigni di tempi colorati.

Sorcio rosso non avrai il mio scalpo

Vedi, compagno, le macchie nere che eruttano dalle periferie e devastano il bistrot? E i negozi di scarpe, di vestiti, di high-tech, la roba di marca che solletica il povero come un sorcio malato d’azzardo. Anche le librerie, purtroppo. Perché sorcio? Amo i sorci. Anch’io, alle volte. Vorremmo che scegliessero altri obiettivi, ma è il desiderio di reduci rancorosi, figli di quel Sessantotto, quando nessuna lastra fotografica riusciva a fissare il guizzo veloce dei giovani risorti. Loro, i ragazzi, hanno la mente che imbratta una lavagna di codici binari e tagliano la morale in due. Vedi come la magia della rivolta sprigiona da una maglia firmata? Il consumismo è il drago che si morde la coda? E il comunismo?  Bottega salva chiusa per restauro.

Dei

  Nella certezza che polvere siamo e polvere resteremo, prego Dio con i compagni d'arme, anche se il vento non se ne accorgerà neppure. Pregare rende l'attesa dell'Apocalisse più confortevole. Ci vorrebbero i fulmini di Giove, il tridente  di Poseidone, le Erinni alle calcagna dei colpevoli, ma questi sono dèi in disuso.

Allora sei un poeta?

— Vorresti essere un poeta? — Non so. Il poeta non dice, mostra. Io, invece, parlo. Forse troppo. Il poeta libera il silenzio, sprigiona il non detto e lo tramuta in arabeschi. A volte credo che la poesia parli soltanto a se stessa. Io, invece, dico del mondo. Delle schiene ricurve lungo il viale, delle colpe di un Dio che non cura la peste, e di quelle degli uomini che guardano i tramonti arsi dalle bombe. — Allora non sei un poeta. — Forse no. Ma ho ancora troppe cose da dire.

Le va di parlarmi di Torino?

Le va di parlarmi di Torino? Veramente no. Eppure potrebbe essere il luogo dove si incontrano storie di vecchie e nuove migrazioni, scie di venti alieni, echi del sud— odori di cumino e di capunet, orecchiette e cime di rapa, desiderio di mare… e bagliori dell'Apocalisse. A Torino ci vengo distratto e mi ricorda solo il cavallo di Nietzsche, la guerra di Crimea, l'Unità d'Italia: immagini senza corpi. D'accordo, ma cerchiamo almeno di salvare gli scoiattoli del parco: hanno paura di chi cammina solo nel buio. Se riesci ad andargli vicino, sembra che sorridano ai viandanti come maschere senza tempo. Quindi non le va di parlarmi di Torino? No, non mi va.

"Un eroe del nostro tempo", di Michail Jur'evic Lermontov