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La guerra di Cuncetta Cap I

 Cuncè i figli tornano a casa vogliono calore, là dove stavano nelle città  fredde a nord non ci sono più ospedali scuole, amici che ridono, solo vetrine vuote. Prepariamo il pane cotto e il vino per schiarirsi la gola dalla cenere. Stiamo insieme, la tempesta arriva, cancella tutto, porta via le maschere della tradizione, le statuette per i turisti del Natale. Porta via anche il Natale 
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La guerra di Cuncetta Cap. II

Cuncè, il cielo si è rabbuiato, porta disgrazie. Siamo tutti agitati. Non riesco più nemmeno a suonare la chitarra: le mani seguono il ritmo del vento e non della testa. Vedo fuochi in lontananza, tra la brina rossa e il sole pallido;  i gatti sono spiritati, corrono e si strusciano per terra come morsi dalla tarantola. Aspettiamo il tempo delle castagne, sperando che gli alberi e la speranza non muoiano coperti dalla cenere.

Caos

— Sai leggere, Arkano? — Sì, leggo l’antico. L’ho imparato scavando in posti dove le parole sono carta. — Cosa sono queste furie di colore? — Si chiamano quadri. — Chi li ha fatti? — Il primo l’ha fatto uno che si chiamava Rembrandt, l’altro un tale di nome Twombly. Rembrandt era magia: creava uomini piatti che sembrano vivere anche se sono immobili. Twombly, invece, portava le insegne del caos, come ora i predoni del nord. Questo spiega come siamo arrivati alle piogge di cenere e ai fantasmi a tre braccia. Il bello è stato sconfitto dal caos.

Del bello di Arkano

Che fai, Arkano? Danzo con le note della melodia di Dolly Parton, dea dell’immortalità e del suono della gelosia nei tempi malati, prima del freddo della cenere e del canto rasposo dei corvi. Dea? Immortalità? Sì, lei ha reso immortale la musica, ma non ha potuto fare niente per se stessa. Che posto è questo? Lo chiamavano supermercato, dove trovavi cibo in cambio di schiavitù. Cosa facciamo qui? Cerchiamo sapienza nelle vetrine dei barbieri e nelle gigantesche statue di mostri preistorici che divertivano i bambini di un tempo. Perché scavare nei ricordi di una civiltà di rancori? Per il bello. Forse il bello è stato l’origine del rancore.

Il nuovo linguaggio ha rotto

Il nuovo linguaggio non esiste sotto le cattedrali sfarinate dal vento, nei sapori algidi dell’apocalisse, nei treni persi per la manifestazione contro le Leggi del Caos. Esiste negli spazi transennati di transfemministe, creste di tolla, figure lancinanti e abusive. Le amo, mi fanno paura. Si va allo slam di poesia? Si preannuncia una nuova primavera in versi catodici. Ci attende l’eleganza della Mole e il suo giudizio severo. Almeno siamo salvi dall’apericena e dalla tristezza dei clown del circo

Scavi del nulla

Guarda, Arkano,  Per il bello, restano oggetti maldestri,  sepolti,  terriccio inconsolabile. Che cerchi, Arkano? Brandelli di sapienza vaporizzati dal nulla... Troverai figurine mozze e nient'altro, ciclopi di argilla con occhi a led,  fossili rugginosi del tempo malato. Non c'è più niente nel fossato degli irredimibili — c'è oscurità violata. Eppure crescono viole,  ordigni di tempi colorati.

Sorcio rosso non avrai il mio scalpo

Vedi, compagno, le macchie nere che eruttano dalle periferie e devastano il bistrot? E i negozi di scarpe, di vestiti, di high-tech, la roba di marca che solletica il povero come un sorcio malato d’azzardo. Anche le librerie, purtroppo. Perché sorcio? Amo i sorci. Anch’io, alle volte. Vorremmo che scegliessero altri obiettivi, ma è il desiderio di reduci rancorosi, figli di quel Sessantotto, quando nessuna lastra fotografica riusciva a fissare il guizzo veloce dei giovani risorti. Loro, i ragazzi, hanno la mente che imbratta una lavagna di codici binari e tagliano la morale in due. Vedi come la magia della rivolta sprigiona da una maglia firmata? Il consumismo è il drago che si morde la coda? E il comunismo?  Bottega salva chiusa per restauro.