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Lo psicopatico

  Lo so bene, certo: mancanza di empatia, assenza di semso colpa, di pietà, di compassione, callosità, freddezza emotiva, maschera di denti d'avorio, desiderio di vampiro. Davvero! Il cuore di malta, coperto di gemme sanguinanti, il sibilo del serpente a sonagli che inocula gelo sotto la pelle. Eppure. Eppure qualcosa muta anche in chi rinnega il cambiamento, come se i raggi blu potessero rigenerare lobi atrofici e sbiadire il volto del bambino violentato dal te stesso del passato. Ah! Ah! Ah! Sento l'odore dei corpi putrefatti. Piango, finalmente, lacrime di veleno. Un bruciore sacro mi divora il plesso solare. Parlo con passeri a due teste, con la grazia snervante di San Francesco. L'anima è tributo di dolore? Non lo so. Scorgo due viandanti deformi. È ora di cibarsi.
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Compagni

  Aspettiamo la morte o la sorte? Secchi di impazienza e polvere stiamo, distesi sulle coperte di fogliame e pagliericci fatti con sedili insanguinati. Divagazioni ostili! Discutiamo, compagni, parliamoci: dobbiamo creare una piattaforma, la fase, la dialettica. Di che parli? Di quali piattaforme e dialettiche farnetichi? I corpi languidi e gonfi di parole presto diventeranno scheletri. Gli scheletri non discutono, non sono compagni di nessuno: sono il nulla. Discutiamo! Le parole cambiano il mondo. Bel materialista... Il mondo cambierà solo quando risorgerà dalle macerie, fra un milione di anni. Le parole calmano la paura e curano con l'inganno: sono tele di ragno in cantine vuote. Quindi è la fine anche della parola. Sì. Ma passami quel pezzo di pizza rimasto pieno di vermi.

L'uomo che chiama

Chiama Una volta c'era sempre qualcuno da chiamare, adesso non più. Non c'è nessuno da chiamare se la lavastoviglie è rotta, se internet non funziona, se la parabola non prende il segnale. Ora è come affidare il proprio pensiero all'etere, pensando che qualcuno risponda. Chiami, sperando che il vento ti riporti   in un passato di luci meno fioche  e idraulici introvabili. Continuo a chiamare, immaginando i rimproveri della mia donna, ormai muta di rancore, carne rosa, gli occhi sbarrati in un ultimo terrore. Chiamo i deformi: tediano i vespri con urla stridule d'uccelli notturni. Chiamo il muezzin, che improvvisa minareti di fronde azzurro metallizzato. Chiamo pure le stelle: piangono latte, che cola. Già, ma io come mi chiamo?

Il cantante

Cantante. Dio, cantante! Cantavo nell’Opera. Tosca , Madame Butterfly , La traviata , Le nozze di Figaro , Carmen . Il sibilo dei missili e lo sciabordio dell’asfalto bollente hanno sconfitto la musica, ma non per molto. Ora la musica vive in me, solo in me; fuori è un’alba gracile, color fosforo, e lamenti di chi ha perso tutto e ascolta il gracchiare dei corvi. Sì, la voce lo sa. Mi nutro del pane degli angeli che cade dagli alberi, ascolto la voce. Se la sento forte nella testa, la musica farà rifiorire la vita, solleverà dalle macerie il vecchio mondo. Continuo a vagare, semino musica intorno, lascio scivolare musica di lava sui musi contorti e sugli occhi coperti di mucillagini. La voce mi guida al fiume violaceo: da lì la mia musica scorrerà come sangue in un’arteria, guarirà il mondo malato e avrò pace.

Il bambino con la pagella

Solo, sporco, affamato, lo zaino in spalla preso a morsi dalla luce rovente. La mia pagella è lì dentro. «Portala sempre con te», mi dicevano, «dove andiamo servirà, parla di te. Se un giorno il mondo tornasse come prima, allora tutti capiranno». Parla di me, ma anche delle persone che ho amato: dei compagni di scuola, dei maestri e delle maestre. Sento ancora il soffio caldo di mia madre sul collo e il pianto di mio padre sul cibo scarso. Non vedo scuola qui intorno, solo alberi anneriti con le foglie grigio metallizzato, come la macchina di mio fratello. Ormai questo foglio di numeri e parole di lode non appartiene più a nessuna scuola, appartiene solo a me. Morirò presto anch’io, come i miei cari. Vedo già un velo nero che mi soffoca e non vedo bambini con cui giocare. Ma la mia pagella giacerà con me nel fogliame per sempre, e parlerà di me e di chi ho amato.  

L'allevatore di cavalli

I miei cavalli sono morti, tutti. Sono macchie scure che giacciono su un manto grigio di spore e licheni. Giacciono con la zampa anteriore rivolta in avanti, come a benedire un mondo dannato, e a congedarsi dagli umani. Attraverso il prato, li saluto uno a uno. Cammino verso il villaggio dei sopravvissuti, sotto il vento di scorie e scheletri di frigoriferi, per pregare gli antenati. «Eccolo, il vecchio allevatore: crede che lo spirito dei cavalli sopravviverà alle albe nere e al fuoco sotto cui le donne non partoriscono più e i saggi dimenticano i nomi. Lui comprerebbe ancora le pietruzze colorate dell’uomo bianco. Ti chiami John, figlio, e non hai il nome di un animale, ricordatelo, e tua madre era una prostituta». Sì, padre, chiuditi pure nel tuo casinò a puntare fiches sui numeri dell’Apocalisse e a vendere la musica degli avi col ritmo di un rap scadente. Le tue parole insegnano a uccidere chi è già morto. I bagliori amaranto dei raggi ora li vedono solo loro, i cavalli morti, che...

Frate fentanyl

Buon frate...  Ti si secchi la favella  Dio è morto, e rimane solo una patina gialla d'oppio e fentanyl sulle albe e sui tramonti. Allontana da me quel tramonto, tienimi al riparo dai raggi mortali, o non basteranno le scorte di curanima a cancellare il verde morire del sole e il sapore amaro della cenere. Buon frate... Il tuo frate è morto, ha tatuaggi nell'anima di diavoli e donne alate. Se Dio non c'è, ci curiamo degli abissi. Se Dio non c'è, rimane solo l'inferno di pianti e mostri a tre braccia