I. Giunti all'età che cerca la saggezza, ci scopriamo ombra su cocci di terra, eppure siamo il pianto, la dolcezza del lamento che ancora qualcun cerca. Vorremmo declamare versi eterni, mutare il mondo con baionette carte, guardare lave con occhi moderni, le piastrine di catrame, le sue arte. Disseppellire spoglie di eroi perduti, ignorare le vette che non esistono di chi ha l'anima avvolta nei rancori muti e nel velo che i cuori non resistono. II. La saggezza non si narra a parole, la vedi nei volti muti del dolore, sui visi ispidi dove il sole non scalda più il senzatetto nel cuore. Ti spoglia dei rancori più profondi, dell'umorismo tremulo che copre i deboli di cuore, i mondi biondi di chi dal vero sé si vuole scopre. Ti libera dal bramito di polvere, dal desiderio acceso di vendetta che gli innocenti portano, come polvere, nel pugno chiuso, nell'anima stretta. III. Scelta estetica o scelta che è etica? Io scelgo il bello, scelgo la be...
Editore, chi è il più grande al mondo? Tu che non trovi il filo nel profondo, che ti contorci sopra i gomitoli e taci il tuo cordiale vaffanculo. Mi consigli la grazia dell'arte mia d'affinare la bassa profezia, i lampi di vendetta sull'asfalto insanguinato, ove il cuore fa salto. Mi affidi all'accademia del niente, agli amici del tuo piccolo oriente, che non lessina mai rimpianti o scava nel lamento che il petto mi incavava. Editore, tu tiri fuori il male: l'orgoglio ferito, il pane banale del mio sacco — e poi mi doni impacchi di poesia senz'anima, comacchi. Mi consoli con consigli del cazzo, mi lasci solo in questo brutto schiazzo. Editore, ti capisco — ma perdono non ti do: questo è il mio ultimo dono.