Solo, sporco, affamato, lo zaino in spalla preso a morsi dalla luce rovente. La mia pagella è lì dentro. «Portala sempre con te», mi dicevano, «dove andiamo servirà, parla di te. Se un giorno il mondo tornasse come prima, allora tutti capiranno». Parla di me, ma anche dei miei genitori arsi dai raggi, dei compagni di scuola, dei maestri e delle maestre. Sento ancora il soffio caldo di mia madre sul collo e mio padre che piange. Non vedo scuola qui intorno, solo alberi anneriti con le foglie grigio metallizzato, come la macchina di mio padre. Ormai questo foglio di numeri e parole di lode non appartiene più a nessuna scuola, appartiene solo a me. Morirò presto anch’io, come i miei genitori. Vedo già un velo nero che mi soffoca e non vedo bambini con cui giocare. Ma la mia pagella giacerà con me nel fogliame per sempre e parlerà di me e di chi ho amato.
I miei cavalli sono morti, tutti. Sono macchie scure che giacciono su un manto grigio di spore e licheni. Giacciono con la zampa anteriore rivolta in avanti, come a benedire un mondo dannato, e a congedarsi dagli umani. Attraverso il prato e li saluto uno a uno. Cammino verso il villaggio dei sopravvissuti, sotto il vento di scorie, per pregare gli antenati. «Aquila Saggia alleva cavalli: crede che il loro spirito sopravviverà alle albe nere e al fuoco che rende sterili le donne e spegne la memoria dei saggi. Lui comprerebbe ancora le pietruzze colorate dell’uomo bianco». Sì, padre, nel tuo casinò si puntano fiches sui numeri dell’Apocalisse e si disonorano gli antenati. Le tue parole insegnano a uccidere chi è già morto. I bagliori di luce azzurra che circondano le nostre anime ora li vedono solo gli spiriti dei cavalli morti, che divorano un fieno celeste capace di procurare visioni del futuro di quelli rimasti vivi