Non trovo la dimensione dell'attesa,
quella noia operosa
che accompagna gli schiocchi delle dita
e la schiena arcuata
protesa agli odori di strada
e al volo molesto del moscone.
Vorrei cogliere l'infinito nelle nubi scontrose
e il loro vorticare gli orti.
Forse presterò orecchio ai rumori di passi
di salesiani scalzi,
che reclamano attenzione
per le spoglie mortali di migranti
e assassini di corta memoria.
Forse danzerò nelle osterie
untuose e piene di calcinacci sbriciolati
dall'incuria verbosa di vecchi ricurvi.
Forse aprirò dibattiti
sul nuovo cinema dell'amico ritrovato,
racconti sulla tirannia del tempo
e sul profumo di vagine
ben disposte agli sguardi tamarri.
Magari ordinerò una pizza.
Giorno di regalìe del resto vacuo e smisurato di ciò che resta di noi. Simulacri vestiti a festa corrono frenetici , mangiando dolciumi in onore del Dio che nasce, mentre arraffano cimeli dell'apocalisse. Mi ritrovo immerso nel muschio selvaggio e nei religiosi silenzi, salmodiando il senso della vita con carovane di penitenti. Tutte le ferite tacciono, tutti i gemiti si trasformano in sinfonie di cuori senza più nemmeno l'ombra della tragedia . È Natale, il giorno della vittoria sui morti viventi
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