La quercia ci scruta.
Non ha un'autocoscienza,
ma assolve al brulicare di corpi
che infestano il suo cammino
Osserva con occhio tetragono
i mulinelli di vento e le speranze degli scolari.
Immagino la comunità delle querce
che non può marciare verso soli di cera
e non ne sente il bisogno.
Vorremmo essere quelle querce
e non ricordare l'addio al fratello
e al genitore, nella coltre inferma che custodisce una lapide.
Poi torna l'allegria,
la nenia del sub specie aeterniatis, la loggia dei sanpietrini,
dove correvi con la bambina bionda, mano nella mano, a cercare granelli di fortuna.
Rimane l'amore eterno,
la caffettiera che bivacca sul fuoco
e emette richiami di merli,
l'immagine di una donna
che si alza dal letto
indossando la tua camicia.
Bello,
ma troppo provvisorio per poter
vedere un giorno le albe di Antares
Giorno di regalìe del resto vacuo e smisurato di ciò che resta di noi. Simulacri vestiti a festa corrono frenetici , mangiando dolciumi in onore del Dio che nasce, mentre arraffano cimeli dell'apocalisse. Mi ritrovo immerso nel muschio selvaggio e nei religiosi silenzi, salmodiando il senso della vita con carovane di penitenti. Tutte le ferite tacciono, tutti i gemiti si trasformano in sinfonie di cuori senza più nemmeno l'ombra della tragedia . È Natale, il giorno della vittoria sui morti viventi
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