Si vorrebbe cogliere ciò che di eterno c'è
nei cuori, nelle sorprese di Maggio
e nel folle vaneggiare.
Si vorrebbe guarire chi si è smarrito,
con odori di incenso
e raccomandazioni sull'infinito e oltre.
Si vorrebbe scorrere l'eterno sulle pagine di Marx
e nei volti dei perdigiorno,
nelle parole vuote di Foucalut
e nella salubre pratica
di medicine dell'anima,
ultimo rifugio di cappellai matti pentiti
e avidi.
Si vorrebbe cercare di nuovo la narrazione dei vinti
e vincere, come nell'ottobre
popolato di fantasmi riconoscenti.
Si vorrebbe cogliere ciò che di eterno c'è,
ma alla fine cosa c'è di più eterno del singolo uomo
e delle sue scommesse,
del suo sognare l'infinito e
le avventure di una notte.
Si vorrebbe tornare alle serate con gli amici e ai gesti folli
per strappare sorrisi e scacciare l'odore
di crisantemo, il fiore della morte.
Vorremmo cogliere ciò che di eterno c'è
nel risvegliarsi dal sonno della ragione
e scoprire che oggi è giorno delle partite di coppa.
Vorremmo, ma di infinito c'è rimasta
solo l'eterna ripetizione
"Sei tutto fumo e niente arrosto!" E allora? Anche il fumo è figlio di Dio. Nelle sue spirali dell'apocalisse si nascondono le sagome lunari di maestri in livrea e le facce pallide dei ribelli del servo encomio. Il fumo è l'occhio del ciclone, l'arrosto è il ventre gonfio di parole e non ammette languide rivoluzioni, ma solo offerte di guerra
Commenti
Posta un commento