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Una poesia

Una poesia che torna al classico, al rumore polveroso dei padri.
Una poesia che parla d'amore, di cornuti e grandi puttane,
di dame leggere che spargono profluvi
di vita ed eccitano i sensi tamarri.
Si però, anche una poesia che  racconti le ferite della vita
e dei morbi oscuri
e la sua virtù taumaturgica di guarire i solchi profondi dell'incerto.
Certo però una poesia che dia voce ai dannati della terra,
alle ansie della riva affollata,
alle speranze di novelli Enea vestiti di stracci.
Una poesia aulica se volete, ridicola e pomposa,
che insegue il candore celestiale dopo risse furibonde
e sbronze allegre.
Una compagna di tribolazioni
e di sberleffi autoironici.
Un rincorrere passioni carnali
e gemiti lagnosi che giurano fedeltà
ed eterno amore.
Insomma una brutta copia di una vera poesia

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Il mio nome è qualcuno

Il mio nome è qualcuno, qualcuno che vorrebbe scrollarsi di dosso la tristezza di mondi cupi è la fretta del disonore. Cosa ho fatto per meritare un posto fra coloro che costruiscono ponti tremolanti fra mondi di bianchi e neri, maschi e femmine, carnivori e vegani , pragmatici ragionieri e protettori dell'orsa malvagia? Niente, solo di tanto in tanto discese verso gli inferi e invocazioni al nulla eterno per curare pulviscoli di anima dispersi dal vento dell'est. Domani compiremo l'ultimo giro del mondo, capiremo se il secolo delle passioni tristi è alla fine o se dobbiamo aspettarci altre guerre e altre epidemie di cervelli sanguinanti e albe fiaccate da attese ribelli. Il racconto va avanti, le narrazioni proseguono, perchè il nulla ha molto spazio per le digressioni dei vinti. Non c'è nessun messaggio di speranza, se vogliamo scolari col fucile in spalla dobbiamo rimettere indietro le lancette del tempo