Editore, chi è il più grande al
mondo?
Tu che non trovi il filo nel profondo,
che ti contorci
sopra i gomitoli
e taci il tuo cordiale vaffanculo.
Mi consigli la grazia dell'arte
mia
d'affinare la bassa profezia,
i lampi di vendetta
sull'asfalto
insanguinato, ove il cuore fa salto.
Mi affidi all'accademia del
niente,
agli amici del tuo piccolo oriente,
che non lessina mai
rimpianti o scava
nel lamento che il petto mi incavava.
Editore, tu tiri fuori il
male:
l'orgoglio ferito, il pane banale
del mio sacco — e poi
mi doni impacchi
di poesia senz'anima, comacchi.
Mi consoli con consigli del
cazzo,
mi lasci solo in questo brutto schiazzo.
Editore, ti capisco — ma
perdono
non ti do: questo è il mio ultimo dono.
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