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Visualizzazione dei post da luglio, 2026

Restiamo disumani

  Restiamo disumani,  mi verrebbe da dire. L’umanità sanguina ferite imprudenti, commette torti  contro l’onore e la mitezza, contro la sincerità, la pietà per gli orfani  e le vedove. Restare umani è la marcia trionfale di carriere su cadaveri composti, scarpe lucide e scintille d’alcol  che simulano la vita. Restare disumani — o diventarlo —  è l'unica chirurgia possibile:  andare oltre la carne che mente,  innestare xenotrapianti  con cuori ruggenti di tigre,  agnelli arresi al pianto e  cervelli di donne perdute,  sempre prone all’amore,  ma mai più umane.

Genuinità

Genuinità, sentimenti  e foto sgranate di ectoplasmi  di essere mondo, mi dichiaro sentimentale,  buono e disinteressato quanto è vero il volto santo di Maria. Certo che lo sei,  non sei come quell'altro  che finge commozione e poi da la rampogna  ai demoni del deserto  per averlo consigliato male. O quell'altro,  psicopatico dal cuore infermo,  lobi atrofici e  disgrazie sepolte.  Cerca ancora nel vuoto  dove è perso l'uscio di casa.  Genuinità,  la voglia di odori di incenso e  veglie funebri di occhi vitrei  e indumenti lisciati con pennellate di catrame. La voglia persino di scoprirsi umano  per poi accorgersi che non c'è niente di più umano  che essere poco genuini

Echi del mondo di sotto

   

Il razzismo

Il razzismo in me, lo vedo, è una chiazza nera  su un quadro di Pollock. Il razzismo degli altri,  malato e nutrito, è un fiume di rabbia  che ottunde i sapori, fra ubbie e liquami  osservati con compiacenza. Il razzismo della massa:  litanie sul limitare del viale dei platani e invocazioni  al dio del vento  e della tempesta, che si porti via i volti scuri  e stremati di donne e uomini, tratti rosi dalla salsedine. Il razzismo dell'occhio del serpente, che si affida alle promesse  di stregoni  oltre i confini dell'ovest, sfidando ossimori vuoti  e vertigini di sognatori pentiti. Il razzismo.

Non guardare

Non guardare oltre, Non guardare il cielo terso, Insenatura dell'anima  e rifugio dei ribelli dell'est.  Non guardare l'orizzonte  del nostro scontento,  con le sue  rive di onde gracili  e insegnanti ciechi. Non guardare  gli occhi grigi della tua donna,  È l'assoluto che ti manca  e non l'afferrerai mai col pensiero. Guarda ragazzi scalzi  che giocano a calcio E prega che il tramonto  non sia colorato da nubi tossiche

Il serio a una dimensione

Cresciuti dietro maschere beffarde, copie rammendate della commedia dell’arte, ci si ritrova adolescenti, increspati d’irriverenza, a imitare la commedia all’italiana, con Gassman che sussurra aulico tomo e guitto dalla voce nasale. Va bene, è per impressionare l’aliena testa bianca che viene da Helsinki e strapparle promesse d’amori derelitti sul viale dei suonatori. E quando arriva la politica, discuti del capitale di Marx con la voce sgarrata di Alberto Sordi, e sputi il fuoco della rivoluzione con i versi scurrili di Lenny Bruce. D’accordo. Ma il serio ha bisogno di una stanza intima, di una balaustra sull’orrido, per osservare il sacrificio degli inermi e indossarne le insegne. Deve temperare le risa con l’amarezza della maschera sghemba di Totò, scegliere se violare la coscienza del passato e la morale degli avi. Alla fine, però, i guitti della commedia all’italiana se la cavano, mentre il serio vede il cielo infinito e il sole dei poveri dalle sbarre di una prigione.

I Dolori del Giovane Werther, Parte II

 

I Dolori del Giovane Werther, di Johann Wolfgang von Ghoete