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La consuetudine del dolore


La morte è uno scatto di luce interrotta.

Sì, come quando va via la luce

e non torna più.

Pone fine alle imprecazioni,

alla dolcezza del rimpianto,

alle luci del viale dove volano le rondini

e qualcuno ti saluta da lontano.

All’amore, ai torti, all’eros.

– Uffa, lo so bene.

E alla voce del fratello, dell’amico,

che si perde in un orizzonte senza risposta.

– Sissignora:

una voce che forse non ascoltavi da vivo

e che hai rimpianto mentre inarcavi il corpo

offeso in un giaciglio di morte.

Il ricordo di danze maldestre

fra bevute, odori di femmina e ritorni di pianto.

– Il solito repertorio.

Cari amici, è tutto vero,

soprattutto le danze maldestre

che rincorrevano quegli odori

e scambiavano sussurri distratti

per promesse d’amore.

La morte pone fine all’ambizione

di processioni sul tappeto rosso

e di storie trafugate dallo scrigno

di donne belle, maledette, insolventi.

– Ci siamo: il narcisismo, quello dell’esteta.

Ma che c’è di male?

Forse dovrei cibarmi di etiche fasulle?

Morire è consuetudine dell’ingiusto,

è separarsi dall’affetto dei cari

con il bruciore della malinconia

che lambisce le veglie

e le albe fosforescenti,

mentre fuori il cielo

ha il volto del grande distruttore.

Sì, è ingiusto.

– Ma allora perché non credi in Dio?

Amen.

(Dal Diario di Bastian prima del 19 Brumaio dell'Apocalisse)

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